La Colombia era da tempo nella mia lista,
Non so bene perché, però mi affascinava da anni: i colori, la musica, la gente… e soprattutto Medellín. In realtà l’idea iniziale era più ampia ma avendo ‘puntato’ il Brasile ho comunque deciso di inserirla come settimana d’inizio.
Per farlo, però, ho dovuto rinunciare a posti che mi incuriosivano tantissimo, come Cartagena e il Salento colombiano.
Vabbè la userò come scusa perfetta per tornarci..
Medellín è forse una delle poche città al mondo che ha saputo reagire davvero al destino che sembrava già scritto negli anni ’80/90. E la cosa più incredibile è come l’ha fatto: senza cancellare il passato, senza far finta di niente, ma trasformandolo in un esempio. Ricostruendo, riqualificando e riportando vita in luoghi dove, fino a qualche decennio fa, era semplicemente impensabile anche solo passare.
E quindi sì…
Bienvenidos a Colombia!
Giorno 1: Arrivo a Medellín, El Poblado e primo assaggio di Colombia
Parto da Roma con un po’ di ansia addosso.
D’altronde, fino a quel momento, l’unico contesto in cui avevo sentito parlare di Medellín era sempre lo stesso: Narcos, criminalità e omicidi. Il viaggio è lungo ma comodo: un volo con scalo a Madrid e arrivo a Medellín in serata, quando la città è già avvolta da quell’aria calda tipica delle metropoli sudamericane. Appena atterrato, una cosa mi colpisce subito: quanto è semplice muoversi.
All’aeroporto trovo senza problemi l’area dedicata agli Uber, e con pochi euro riesco ad arrivare direttamente nel mio quartiere: El Poblado.
El Poblado è una delle zone più sicure di Medellín, sia di giorno che di notte.
Ovviamente, come in ogni città del mondo, vale sempre la regola base: occhi aperti e buon senso. Però la sensazione è immediata: qui l’atmosfera è tranquilla, piena di vita, e soprattutto piena di persone. Locali, ristoranti, musica, discoteche…
Un clima davvero sudamericano, quello vero: caldo, rumoroso, energico. Tempo di fare la mia prima cena colombiana come si deve — chicharrones (davvero buonissimi) e una Club Colombia poi a letto.
Domani mi aspetta una delle tappe più “forti” del viaggio: il tour su Pablo Escobar.

Giorno 2: Medellín tra storia, ferite aperte e panorami dall’alto
La mattina presto, intorno alle 7:30, parto per uno dei tour più richiesti in città: quello dedicato a Pablo Escobar.
Chi ha visto Narcos ritroverà un’infinità di collegamenti, ma viverli dal vivo fa un effetto completamente diverso. In auto con la guida, un ragazzo nato e cresciuto a Medellín, gli faccio subito la domanda che avevo in testa da giorni: “Ma oggi, voi di Medellín… cosa pensate davvero di Pablo Escobar?” Non sarò stato di certo il primo a chiederglielo, perché mi risponde diretto, senza giri di parole:
anche se Escobar ha portato turismo, non è una figura amata, e non è ben visto. E poi mi fa un esempio concreto che mi rimane addosso.
Mi dice:
“Guarda, noi colombiani, e soprattutto noi di Medellín, non abbiamo altri stereotipi per cui veniamo ricordati. Solo narcos e droga. Tu sei italiano: anche voi avete la mafia… ma avete anche la pizza, il cibo, il vino, la cultura. Noi per il mondo siamo narcotrafficanti.” Il suo racconto mi rattrista.
Si vede che è una cosa che fa male davvero, anche se paradossalmente… mi stava accompagnando proprio in un tour su Pablo.
Medellín: una città tra le montagne
Prima di continuare, Medellín va capita anche geograficamente.
È una città costruita in una valle, completamente circondata da montagne. Le case salgono sulle colline come un mosaico infinito, una sopra l’altra, e questo la rende unica: non la “attraversi” soltanto, la guardi sempre anche dall’alto, perché Medellín è verticale. Ed è proprio questa morfologia ad aver influenzato tutto: i quartieri, le distanze, la povertà in alcune zone… e anche la rinascita.

Le tappe del tour: la casa, il cimitero e La Catedral
La prima tappa è il luogo dove Escobar fu ucciso: il tetto della casa in cui si rifugiò.
Qui, già da subito, emerge una cosa interessante: esistono due versioni.
Per il mondo e per buona parte dei colombiani Escobar è stato ucciso.
Ma la famiglia, e in particolare il fratello Roberto, sostiene invece un’altra teoria. Ma ci arriverò dopo.
Proseguiamo poi verso il cimitero, dove Pablo è sepolto insieme ad alcuni familiari.
E sì: ci sono persone che ancora oggi gli portano i fiori. La guida mi mostra anche la tomba di Griselda Blanco (se hai su visto Netflix, sai di chi parlo).

Il tour si chiude con una delle tappe più iconiche: La Catedral, il famosissimo “carcere” che Escobar si fece costruire per scontare la pena.
Più che una prigione, sembra un posto sospeso nel tempo: un luogo assurdo, e forse proprio per questo uno dei più memorabili. Il bello è anche il contesto: La Catedral è stata costruita tra le montagne, in mezzo alla foresta, e arrivarci ti fa capire quanto Medellín sia fatta di curve, salite e panorami.

L’incontro con Roberto Escobar: un momento surreale
Tornando in città, la guida mi lascia in un punto perché avevo un appuntamento particolare.
Uno di quelli che ti fanno dire: “Ok, questa cosa la racconterò per sempre”. L’incontro era con Roberto Escobar, il fratello di Pablo (ed ex tesoriere del Cartello).

Devo essere sincero: mi ha fatto un effetto strano.
Gli ho stretto la mano, sì… ma è stata una di quelle strette che fai perché “si deve fare”, non per rispetto. Appare confuso, spento.
E la sensazione è che a questo punto, nella vecchiaia, le persone intorno a lui lo stiano sfruttando per denaro. Lui e chi lo accompagna mi raccontano la loro versione:
secondo loro, Pablo non è stato ucciso. Si è suicidato.
Io ascolto, senza replicare.
Santo Domingo: funivia, povertà e una vista incredibile
Finito l’incontro, approfitto della vicinanza per andare in una zona che non si prospetta troppo tranquilla…
ma la curiosità vince. Vado al barrio Santo Domingo.

Qui c’è una delle cose più incredibili di Medellín: una linea di funivia che sale e scende dai quartieri sulle montagne.
Un investimento enorme che la città ha fatto per collegare queste zone al centro. Le salite e le discese sono ripidissime, infinite.
E ti viene naturale pensare: prima della funivia, come facevano le persone che vivevano lassù a scendere in città?
Probabilmente di rado. O forse mai. La vista da lassù è pazzesca.
Qui la povertà si vede, senza filtri.

Mi fermo a bere qualcosa nell’unico posticino che sembrava un po’ più tranquillo e, prima che faccia notte, torno giù per rientrare a El Poblado.
La sera finisce come deve finire una giornata così:
cenetta e bevuta in uno dei tantissimi locali che, a Medellín, spesso si trasformano in discoteca senza nemmeno che te ne accorgi. E poi a letto, perché la mattina dopo mi aspetta un altro tour presto:
Guatapé e Piedra del Peñol.
Giorno 3: Guatapé e Piedra del Peñol – colori, cultura e adrenalina
Prima di raccontare la giornata, un appunto: in vacanza, almeno come la intendo io, non ci si riposa.
La mattina sveglia presto per visitare e la sera si può far tardi; si dorme quando si torna a casa! E così, alle 7:00, partiamo alla volta di Piedra del Peñol.
Piedra del Peñol: il monolite immenso
Per chi non lo sapesse, Piedra del Peñol è un gigantesco monolite granitico di circa 200 metri di altezza, circondato da un lago artificiale che ne amplifica la spettacolarità. La sua forma imponente e liscia lo rende un vero simbolo. Durante il tragitto, facciamo alcune soste per vedere lama e alpaca, e poi arriviamo al parcheggio principale. E lì… sbam: davanti a noi si erge questo immenso monolite, che toglie il fiato.

Il mio tour era fitto, quindi c’è poco tempo: qualche foto veloce e via verso gli scalini.
Per salire in cima a Piedra del Peñol ci vogliono 740 scalini. Non sono pochi, ma arrivare in cima ripaga ogni passo. Una volta lassù, la vista è semplicemente mozzafiato: un paesaggio di laghi e paludi, piccole isolette verdi e colline che si perdono all’orizzonte.
Bellissimo. Dopo qualche foto, ridiscendiamo rapidamente per rientrare al pullman.

Guatapé: la città dei colori
Arrivati a Guatapé, una delle cittadine più belle che abbia mai visto, rimango subito colpito dai colori vivaci delle facciate, dai murales, dalla musica che riempie le strade.
Ho avuto anche la fortuna di trovarmi lì il 23 dicembre, giorno di festa: tutta la città era in festa, una magia tipica colombiana.

Dopo un pranzo con il gruppo, continuiamo a camminare per le vie del paese.
Curiosità su Guatapé: ogni casa ha un piccolo rilievo chiamato zócalo, spesso decorato con scene locali, animali o simboli della regione. Questi bassorilievi sono un vero e proprio marchio della città e raccontano storie diverse ad ogni angolo.
Ripartiamo in pullman e arriviamo a un lago artificiale, creato per la diga che ha sommerso la vecchia Guatapé. La vecchia città era stata in parte distrutta e sommersa negli anni ’70 per la costruzione della diga, ma le comunità furono ricollocate e la zona divenne un’attrazione turistica incredibile.

Montiamo in barca, accompagnati da shot e musica latina, mentre la guida inizia a raccontare la parte culturale e storica.
Poi arriva la parte più divertente: una lezione di salsa colombiana direttamente in barca! Risate misto imbarazzo.. ma per fortuna c’era l’alcool!
Durante il giro in barca vediamo anche alcune ville famose:
• La Manuela, una delle case di Escobar
• Case di artisti e musicisti come Karol G, Maluma, J Balvin… insomma, chi ha i soldi.
Finito il giro, torniamo al pullman e rientriamo a Medellín.
Nel frattempo, avevo fatto amicizia con alcune ragazze francesi e, incuriositi, decidiamo di andare a mangiare e poi a ballare nel locale di Karol G, sempre nel quartiere El Poblado. E sì… ho mangiato bene.

Giorno 4: Piantagione di caffè, centro città e notte a El Poblado
Mi sveglio la mattina con sinceramente poche ore di sonno… e meno male che la giornata prevedeva qualcosa di perfetto per rimettersi in carreggiata: una piantagione di caffè. Dopo circa un’ora e mezza di macchina, attraversando montagne e foresta, arriviamo in una finca piccola e autentica. Non è una di quelle piantagioni enormi che esportano in massa: ed è proprio questo il bello, perché qui si respira ancora la Colombia vera, quella semplice. C’è la possibilità di scegliere la guida in inglese o in spagnolo. Io, anche se capisco abbastanza spagnolo, scelgo l’inglese per andare sul sicuro. La prima cosa che fanno?
Mi vestono da classico raccoglitore: tunica e cestino legato in vita, e via… si parte per la camminata verso le piante. Arrivati nella piantagione raccolgo qualche frutto di caffè, lo porto nello sbucciatore e poi nel seccatoio (che, in pratica, è il tetto di una capanna dove viene fatto asciugare).

Poi ci spostiamo su una terrazza dove mi fanno assaggiare il caffè in vari step: giovane, prima della tostatura, e alcune loro varianti.
Molto interessante… e sì, anche buono.
Ma la guida mi dice una cosa che mi lascia un po’ l’amaro in bocca: in Colombia — e in generale nei Paesi dove il caffè viene coltivato — è molto difficile trovare il caffè davvero di prima qualità.
Il motivo è uno solo: i soldi.
Il caffè migliore viene esportato all’estero (New York, Londra, Dubai…) e nei Paesi di origine rimane spesso quello di seconda qualità. Una realtà un po’ triste, se ci pensi.
Dopo un pranzetto lì, nel pomeriggio riparto verso Medellín.

Un giro nel centro: bello sì, ma con attenzione
Decido di esplorare un po’ il centro città, e qui devo fare un appunto importante:
portate solo l’essenziale e non andateci di sera.A differenza di molte città europee, in tante metropoli sudamericane il centro non è la zona più “turistica e sicura”… spesso è proprio il contrario. Quindi occhi aperti, niente oggetti inutili addosso, e buon senso. Il centro comunque ha il suo fascino e vale la pena vederlo, almeno di giorno.
Serata a El Poblado: qui la festa non finisce mai
La sera torno nel mio appartamento pronto per fare festa.
E qui… c’è solo l’imbarazzo della scelta. Cena in un ristorantino a caso (anche se, lo ammetto, per i miei gusti friggono davvero troppo), qualche birra e cocktail e poi discoteca.
Non mi stanco di ripeterlo:
che clima Medellín.

Giorno 5: Arte, memoria e.. salsa
Dopo altre 6 ore di sonno, devo ammetterlo: inizio a sentirmi un po’ stanco.
Per fortuna la giornata non è troppo faticosa, più che altro è una di quelle giornate perfette per girare con calma e assorbire Medellín.
Faccio colazione in stile super colombiano: banana fritta, arepas con formaggio e una tazza di caffè tinto, poi chiamo un Uber e mi dirigo verso uno dei luoghi più famosi della città: Plaza Botero.
Plaza Botero è una piazza-museo a cielo aperto, piena delle celebri sculture “oversize” di Fernando Botero. È uno dei punti più iconici di Medellín e rappresenta perfettamente l’anima artistica della città.

Le stradine adiacenti sono molto carine e scenografiche, ma qui vale sempre la regola d’oro: non allontanatevi troppo quando il sole sta tramontando, perché siamo pur sempre in centro.
Parque San Antonio: la statua che Medellín ha scelto di non rimuovere
Sono però incuriosito da una statua molto significativa. Cercando un po’, scopro che non si trova nella stessa piazza e quindi mi sposto verso Parque San Antonio.
Qui c’è un’altra statua di Botero, ma questa ha una storia che ti stringe lo stomaco.
Durante gli anni bui, in questa piazza avvenne una strage: una bomba, legata al mondo dei narcos e alle lotte tra bande, esplose durante una festa. Il risultato fu devastante: decine di morti e feriti, tra cui anche molti bambini. La statua rimase completamente danneggiata.
E qui arriva il gesto simbolico: Botero decise di donare una nuova statua identica, che venne installata accanto a quella danneggiata, senza rimuoverla.
È uno dei messaggi più forti che Medellín possa dare:
la città non vuole cancellare il passato.
Vuole ricordarlo, guardarlo in faccia… e andare avanti.

Nel pomeriggio torno verso la mia zona per camminare con calma e comprare qualcosa lungo le strade colorate.

La sera, durante un aperitivo, mi metto a parlare con un gruppo di ragazzi e ragazze del posto. Facciamo amicizia in modo naturale, come succede spesso quando sei in viaggio.
E alla fine ci ritroviamo a chiudere la serata nel modo più colombiano possibile:
a ballare salsa sopra un piccolo rooftop, così.
Giorno 6: Comuna 13, la riqualificazione più incredibile di Medellín
Oggi ho in programma un posto veramente pazzesco. Uno di quei luoghi che, più di qualsiasi altro, sembra aver vissuto una riqualificazione totale: la Comuna 13.
La Comuna 13 è uno dei quartieri più famosi di Medellín, oggi simbolo di rinascita, street art e resistenza culturale. Sì, perché negli anni ’80 e ’90 era praticamente impossibile mettere piede qui dentro se non ci abitavi. E anche se ci abitavi, vivevi ogni giorno con la paura addosso.
Era considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Eppure, appena fai il primo passo dentro, ti rendi conto subito di una cosa: qui è successo qualcosa di enorme.

Oggi la Comuna 13 è musica, murales, colori, energia.
Ma soprattutto è una comunità che ci mette la faccia: ogni persona del posto, nel suo piccolo, sembra fare qualcosa per migliorare il barrio. Tra arte, attività locali e turismo, si percepisce chiaramente la voglia di cambiare destino.

Mentre cammino verso l’alto incontro ragazzi che ballano, bancarelle nei vicoli, barrettini improvvisati e musica, tutti pronti a fare due soldi..perché se prima il turismo era assente, oggi qui ce n’è davvero tanto.

Arrivo in un barretto su un tetto, prendo da bere e mi fermo a guardare il panorama. Medellín dall’alto è sempre bellissima, ma qui ha un significato diverso: perché questa vista, un tempo, era legata alla paura. Oggi invece è legata alla vita.

Parlando con una persona del posto, però, mi dice una cosa importante: ci sono ancora alcune parti dove è meglio non andare.
Una di queste è La Escombrera, una zona in alto tristemente famosa perché legata a sparizioni e storie ancora molto dolorose per la comunità.
Inizio a ridiscendere.
Dopo aver comprato la maglia della nazionale colombiana, penso alla storia di questo posto. Guardo gli anziani seduti sui davanzali delle loro porte e mi viene spontaneo pensare:
chissà quante ne hanno viste loro…

La sera mangio qui, sapendo che purtroppo sarà l’ultimo giorno in questa città bella e, soprattutto, sorprendente.
Giorno 7: La partenza
Per me è il momento di salutare Medellín e volare verso Rio de Janeiro, perché questa città era stata la mia tappa iniziale prima di spostarmi in Brasile.
Però se anche tu stai programmando un viaggio in Colombia, Medellín è anche un ottimo punto di partenza per continuare a esplorare il Paese!
Hasta luego, Medellín 🇨🇴